giovedì 24 dicembre 2015

Fate i buoni

In questi giorni, in televisione, impazza la pubblicità di una ditta di panettoni in cui un adorabile bimbo, dopo averne dato l’esempio regalando metà fetta del suo dolce al fratellino nato da poco, si rivolge a tutti e dice: “ Fate i buoni “. Io guardo me, guardo gli altri e non vedo esseri umani buoni, vedo persone egoiste,  scontente, problematiche, spaventate e demotivate.
Allora io mi auguro, spero e desidero un cambiamento negli uomini qui e ora!
Spero che l’uomo si voglia bene, si accetti nelle sue imperfezione, si impegni a migliorare ciò che considera migliorabile di sé stesso e che riversi il suo voler bene sugli altri dal più vicino fino al più lontano. Il suo amore, come una stufa, si accenda ed irradi.
Spero che l’uomo eserciti l’equilibrio nell’affrontare le mille sfide di una vita faticosa, che riesca a vedere le connessioni tra le scelte fatte e quelle ancora da fare e che individui con ponderatezza e responsabilità la strada da percorrere tenendo sempre presente i legami affettivi e le relazioni sociali.
Spero che l’uomo abbia tempo per crescere, per realizzarsi, per seguire le sue passioni, per coltivare ed accrescere i suoi affetti e non solo per procurarsi il necessario per una vita dignitosa.
Spero che l’uomo abbia gioia e che ricordi come e dove vederla e trovarla perché ha tanto di cui gioire, ma non usa più gli occhi per vederla, né il cuore per sentirla, né la mente per riconoscerla.
Spero che l’uomo abbia misura, che impari finalmente ad apprezzare il tanto che ha, che valorizzi ciò che veramente conta e che si accontenti di tutto ciò che possiede perché nudi nasciamo e nudi moriremo.
Spero che l’uomo abbia sogni e progetti, che nel suo cuore alberghi sempre la speranza ed il desiderio di realizzare “ qualcosa” di bello, di importante, di utile per sé e per gli altri.
Soltanto con questo cambiamento noi saremo buoni e faremo i buoni e finalmente, per tutti, sarà Natale!

Luna

lunedì 21 dicembre 2015

Emozionarsi ancora, ancora,ancora (2)

E’ quasi un piccolo miracolo quando senti l’emozione pervaderti l’anima e darti una strizzatina lì, dove è il centro di te, e un groppo sale fino in gola come se volesse straripare, uscire fuori, liberarsi.
Stavo ascoltando attentamente, insieme ad altri, una presentazione approfondita della poetica del pittore Henri Matisse. La relatrice teneva avvinta la mia attenzione con l’esposizione convinta e sentita, non solo della vita, ma anche del senso profondo delle sue opere che via via ci mostrava e leggeva. Erano tutte collegate o riportate al filo conduttore del pensiero guida dell’artista: la pittura come espressione di bellezza, gioia e voluttà, in intima e armonica connessione con la danza e la musica.
Per lui l’arte era piacere. Ed ecco, sull’immagine dell’ultima opera, dal titolo” Gioia di vivere”, è apparsa una ballerina che, accompagnata dalle note di una canzone appropriata, ha danzato facendomi entrare emotivamente nel quadro, rendendo vive le figure dipinte, con i gesti, l’espressione e le movenze del corpo.
Sul mio viso due lacrime.
Sono andata, in questi giorni, con la figlia, ad assistere alla recita scolastica di mio nipote. Veniva rappresentato dalla classe: Il libro della giungla. La storia narra di un cucciolo d’uomo abbandonato nella giungla che viene adottato da alcuni animali selvatici. Essi lo crescono, lo educano, lo tutelano dai pericoli ed infine lo riconsegnano ai suoi simili.
Durante la recita, sua mamma aveva gli occhi sbrilluccicanti, ridacchiava ed era incantata dalla disinvoltura, padronanza e bravura del suo piccolo.
Io ho rivissuto un’emozione del mio passato che pensavo irripetibile. Guardandoli entrambi, un senso di gioia, orgoglio, ammirazione, appartenenza e condivisione mi hanno colmata ed ho rivisto me, quando assistevo ai saggi di violino della mia bambina che faceva scaturire con un archetto e un violino una melodia che era musica!
Due emozioni potenti, due momenti felici della mia vita.
Come al solito, vi invito a condividere qualche vostra emozione.                     Luna
  








domenica 13 dicembre 2015

I simboli del Natale: ricordi

Non ho mai avuto preferenze tra il Presepe e l’Albero, nonostante le mie origini campane che dovrebbero farmi preferire il Presepe con le classiche statuine napoletane.
Quando ero una ragazzina, poiché mia mamma non era molto propensa ad impiegare il suo “prezioso” tempo in queste attività accessorie, sono stata io con i miei fratelli più grandi a costruire, con materiale di fortuna, le casette, il castello di Erode, il ponte, gli alberelli e un po’ per volta il nostro Presepe casalingo, un po’ sghembo, molto economico veniva assemblato in attesa di inserire statuine vecchie e non sempre intere che lo popolavano. I fratelli piccoli erano, poi, invitati a guardare ed a tenere le mani a posto. Ricordo che le pecore vagavano, per giorni ,in ogni direzione, spostate da manine anonime e pruriginose.
L’Albero, piuttosto spelacchiato, veniva decorato, a porte chiuse a chiave, sempre per evitare le manine distruttive e l’esuberanza dei più piccoli. Ma poi che gioia, che splendore: eravamo abbagliati dal risultato!
Durante gli anni della mia adultità, io e mio marito, che, contrariamente a tanti uomini, amava sia addobbare l’Albero sia costruire il Presepe, ci siamo lanciati in sperimentazioni varie. Il Presepe era progettato e costruito in modo stabile nelle sue parti sceniche e, per un po’ di anni, aggiungevamo solo le statuine e gli animali apportando qualche piccola novità. Uno dei primi era formato da una grande capanna in primo piano su un lato, qualche piccola casa in lontananza sul fondo e nello spazio tra questi due elementi c’era una vasta campagna. Dalle case iniziava una processione di pastori, viandanti, gente con doni, di grandezza diversa, piccoli i più lontani e sempre più grandi in prossimità della capanna, che avanzava per partecipare all’evento. Un colpo d’occhio straordinario. Poi c’è stato il Presepe-capanna per gli speleologi: una capanna gigante che era un complesso sistema di grotte comunicanti dove avveniva tutto e così via.
Era entusiasmante creare un nuovo Presepe! Così pure le decorazioni dell’Albero: ricordo stelle di carta colorata, oggetti lignei, cuori rossi di stoffa ecc… Era un lavoro vissuto insieme, una condivisione fruttuosa e alla fine eravamo noi, i pastori, che offrivamo il nostro contributo allo spirito del Natale.
Oggi da artefice sono passata al ruolo di aiutante di mia figlia e mio nipote che sono degli entusiasti scoppiettanti: per loro non è mai abbastanza! Non un albero ma tanti, un Presepe che è un lungo serpentone con ambientazioni che si susseguono e sembrano non voler mai finire e…decori, luci, palle di stoffa, rami di abete, ghirlande ecc…..
Il mio Natale non è mai stato povero di simboli: l’amore, l’armonia, la letizia, l’unione. E il vostro com’è ?    Luna

                                                        




domenica 6 dicembre 2015

L'esperienza serve solo a chi la fa?

Ho preso il vocabolario Zingarelli per leggere la definizione di esperienza, eccola: conoscenza e pratica delle cose, acquisita per prove fatte da noi stessi o per averle vedute fare ad altri. Dunque, per acquisire esperienza c’è bisogno di conoscere e mettere in pratica ciò che si è appreso.
Come si apprende?
Vivendo delle prove, cioè facendo delle scelte e attuandole e ciò che ci è successo, come l’abbiamo affrontato, i risultati che abbiamo ottenuto e quello che abbiamo provato entrerà nel nostro bagaglio come esperienza e ci farà crescere mettendoci nelle condizioni di vivere con consapevolezza.
Possiamo acquisire esperienza anche osservando altri che le stanno vivendo, aggiungendo al nostro bagaglio le conoscenze positive o negative che ne hanno ricavato e di cui siamo stati testimoni. Più saremo vicini e più le conoscenze saranno complete.
Penso, però, che si possa fare esperienza anche attraverso il racconto di persone che trasmettono e mettono a disposizione degli altri il succo delle proprie riflessioni sulle prove vissute durante le varie fasi della loro vita. E’ necessario  che l’ascolto sia partecipativo, attento, aperto.
I giovani fanno prevalentemente esperienze vivendole personalmente, amano l’anarchia della scelta, non intendono né osservare gli altri né ascoltarli perché loro si considerano speciali, unici, invulnerabili e  immuni da ogni evento negativo. L’esperienza personale è indiscutibilmente più incisiva, ma è anche rischiosa perché c’è maggiore possibilità di sbagliare e soffrire. Si imparano lezioni essenziali dal dolore all’inizio della nostra vita, fortuna che esiste, perché il dolore significa sopravvivenza,  ma poi il dolore dovuto alle conseguenze di errori compiuti ed anche la sofferenza per gli effetti collaterali che abbiamo causato, è difficile da sopportare e superare.
Nell’età adulta c’è più disponibilità all’osservazione, al dialogo e all’ascolto sia con persone nella stessa fase della vita sia con persone mature. Si è più disponibili a condividere le rispettive esperienze ed accogliere una diversa prospettiva per affrontare le problematiche. Si è fatta esperienza, infatti, e si cerca di evitare il ripetere  prove negative e sofferenze.
Rispondo alla domanda iniziale affermando che l’esperienza non serve solo a chi la fa , ma anche a tutti quelli che usano, oltre alle proprie, le esperienze altrui come battistrada per il personale percorso di vita.
E voi, cosa ne dite?                             Luna