sabato 17 dicembre 2016

Doni

A Natale si scambiano doni: messaggi di affetto e condivisione. I nostri doni saranno emozioni vissute nei giorni dell’attesa: la mia e le vostre.
Ecco il mio dono.
All’inizio di dicembre ho ricevuto un vaso che conteneva un bulbo di amaryllis. Dal bulbo partivano due steli con due boccioli all’apice e tre foglioline lanceolate verde tenero. Ho iniziato ad accudirli, come una chioccia, con sguardi pieni di aspettative e paroline incoraggianti. Ogni tanto aggiungevo alla luce solare e al tepore della casa un’oculata quantità d’acqua. Giorno dopo giorno il bocciolo più sviluppato ha iniziato a gonfiarsi, poi lentamente si è aperto e ho visto i fiori accartocciati, piccoli e rosati far capolino e poi distendersi, allungarsi, colorarsi di rosso sempre più intenso, ora dopo ora.
 Ogni mattino, appena alzata, correvo ad ammirare il miracolo della crescita ed ogni volta scoprivo progressi e nuova bellezza. La forma a calice, la grandezza notevole, il colore intenso, i sei petali vellutati, i lunghi stami rossi dalla capocchia gialla, il pistillo a tre punte.
Al centro del mio tavolo, oggi, ci sono tre superbi fiori di amaryllis: tre trombe rosso rubino che squillano la gioia di essere nati, cresciuti, splendidamente vivi. Continuerò a godermi questa meravigliosa coabitazione, mentre il secondo bocciolo sboccerà regalandomi, di nuovo, l’emozione del suo ciclo vitale. Buon Natale!  Luna


mercoledì 14 dicembre 2016

Luci

Luci
E’ iniziata l’attesa del Natale e le nostre case sono piene di luci dentro e fuori.
La casa: nido, fortezza, tana, rifugio.
La casa: bene primario che ci consente di ripararci e di sentirci al sicuro.
La casa: luogo che adattiamo al nostro essere nel mondo quasi un guscio sulla pelle nuda.
Lo spirito del Natale si insedia in questo spazio privato e si manifesta con le luci: quelle tremolanti delle candele che annunciano l’Avvento, quelle frenetiche dell’albero addobbato, quelle riposanti del presepe, quelle algide sui rami nudi degli alberi in giardino, quelle a cascata giù dalle ringhiere dei balconi….
Luce che è vita, gioia, splendore, incanto, magia, calore, presenza e che sconfigge il buio!
Poi la luce esce dalle case, si lancia nelle strade, illumina le vie con decori semplici o artistici o fiabeschi o di effetto: stelle, candele, angeli, fiocchi e tanto altro.
La notte è viva, è sveglia, è allegra in attesa della stella cometa e noi, noi non dormiamo: non vogliamo perdere l’ Evento!
                                                                                                          Luna

Ps. La vostra attesa del Natale?  

domenica 11 dicembre 2016

Trilogia del Natale:Lettera

Caro Babbo Natale,
      ti scrivo, anche se ho le rughe( per carità solo d’espressione) e la pelle risente del peso della gravità( però è un mal comune perciò non me la prendo), perché nel mio cuore la bambina che ero va a braccetto con la donna che sono diventata. Nel mio cuore tu sei ancora quel Grande Nonno che non muore mai, che ama tutti i bambini, quelli buoni e quelli monelli, e che presta ascolto ai loro desideri e, cosa ancora più incredibile, credo ancora che tu possa, in qualche modo, realizzarli. Io ho un desiderio molto umano ma difficile da realizzare, perciò mi rivolgo a te sperando…..chissà !
Desidero un uomo per amico.
La solitudine non ha sesso, molti uomini e molte donne si sentono soli ed ogni tanto sarebbe piacevole  trascorrere del tempo con qualcuno dell’altro sesso in modo amichevole, senza chiedersi: cosa si aspetta da me questa donna o questo uomo? Hai presente quel rapporto chiamato amicizia ?
Perché no?
Mi piacerebbe, ogni tanto, ricevere una telefonata e sentire qualcuno che mi invita a prendere un caffè o un aperitivo e a fare due chiacchiere. Mi piacerebbe mangiare insieme una pizza e raccontarci le piccole gioie o i dispiaceri o i problemi per sentire un punto di vista completamente diverso. Mi piacerebbe ridere ai commenti ironici sugli atteggiamenti degli altri o discutere su come i tempi siano così diversi e analizzarne i lati positivi o negativi. Mi piacerebbe andare insieme a vedere un film o una mostra o partecipare ad un evento per condividerne le emozioni.
Perché no?
Perché per me le amiche devono essere solo donne? Sicuramente la sintonia è maggiore, ma l’uniformità è sovrana ed anche in parte noiosa. Un uomo pensa e vede il mondo da un’altra prospettiva e semplifica la realtà, non la complica. Perché, anche ad un’età matura, i rapporti umani non maturano ma si muovono sempre sugli stessi binari? Perché avere un amico è una missione impossibile?
La mia lettera finisce qui, con il forte sospetto che questo desiderio rimarrà tale, ma comunque, caro Babbo Natale, ti ringrazio per avermi ascoltato e Buon lavoro.                 Luna

Ps. Qualcuno ha voglia di rispondere ai miei perché?


  

sabato 26 novembre 2016

Ha vinto il cattivo!

Svegliarsi il 9 novembre e apprendere l’incredibile notizia che arrivava dagli Stati Uniti, è stato uno shock! No! Non è possibile: ho pensato!
Ho provato la stessa reazione di stupore incredulo e di sconfinata desolazione che avrei avuto se, durante la visione di un film western, le ultime sequenze avessero mostrato la vittoria del cattivo che aveva in ciascuna mano pistole fumanti e a sua disposizione tutto il potere del mondo. Nooooooo!
E mi chiedo quale vento di follia stia soffiando sull’Italia, sull’Europa, sull’America, sul Mondo. E’ un vento di rabbia, di intolleranza, di egoismo, di rivalsa, di propositi brutali, crudeli, distruttivi. In tanti sono frustrati nelle loro aspettative di miglioramento, si ribellano alle difficoltà della crisi economica, rifiutano di affrontare i cambiamenti e le sfide del futuro e tornano indietro di vent’anni e più per cancellarla, per riprendersi un benessere che avevano o che desideravano o che, ne sono convinti, gli viene negato a causa di chi sta peggio di loro o di chi sta meglio di loro. Insomma tutti contro tutti, sempre più incattiviti  hanno scelto un capo che urla il loro malessere e i loro insulti minacciando rovine e distruzioni.
Ho paura degli esseri umani che si fanno guidare dalla pancia piuttosto che dalla testa o dal cuore.
Ho paura del ritorno all’intolleranza, all’isolazionismo, al razzismo, al sessismo e al machismo.
Ho paura dell’irrazionalità e della distruttività. E’ la politica dell’esclusione, dell’egoismo e dell’odio. E’ la scelta di tenersi ben stretto ciò che si ha, di tenere fuori tutto ciò che disturba, di chiudersi nel piccolo spazio personale e usare violenza ed armi per difendersi ed offendere. E’ il ritorno al Medioevo.
In questo scenario dove sono i valori civili e cristiani del rispetto, della fratellanza, della solidarietà, del dialogo, dell’accoglienza, della comprensione, della misericordia e della pace? Dov’è l’amore?
E poi…….un pensiero lieve, un palpito di speranza ha rischiarato il mio fosco scenario: non è la prima volta che gli uomini impazziscono, non è la prima volta che i “cattivi” prevalgono, in fondo questa è solo l’eterna lotta tra il bene e il male, la saga infinita causata dal fatto che, negli uomini il bene e il male coesistono e da sempre lottano per il predominio. Allora prepariamoci ad operare affinché i danni siano limitati e circoscritti e a credere che il sole della civiltà e il fuoco dell’amore porterà la vittoria dei  “buoni”.
Mi sono spaventata, che sciocca, non era un film, no, era solo un episodio della serie!            Luna



  

lunedì 7 novembre 2016

Invito

Il primo post di Novembre è un invito che rivolgo ai miei follower. Vi pongo una domanda: “C’è stata, in qualche momento o per lunghi periodi della vostra vita, una persona importante, una guida fidata o un faro nella nebbia o una candela che ha illuminato il vostro buio? Volete parlarmene?                 Luna


  


                  
  
     





     

       




                                                                                                  
     





lunedì 31 ottobre 2016

Natale a Natale

Ero ragazzina e, insieme ai miei fratelli, iniziavo l’attesa del Natale l’otto Dicembre, quando mio padre dichiarava aperti i giochi( non quelli del casinò). Ogni sera riuniva la famiglia intorno al tavolo per i classici giochi natalizi: al posto d’onore la Tombola! I soldini delle vincite, noi li destinavamo a piccolissimi doni per i componenti della famiglia. Da quel giorno iniziavamo a preparare le casette del presepe con cartone, colla e matite colorate perché, il tredici Dicembre, avremmo allestito il presepe e l’albero. Poi arrivavano le vacanze natalizie e con esse il Natale.
Poi, abbiamo scoperto il Calendario dell’Avvento e abbiamo iniziato ad aprire finestrelle dal primo giorno di Dicembre. Anche l’Ikea ci ha insegnato qualcosa di antico, che per noi era nuovo, il rito delle quattro candele da accendere, una domenica dopo l’altra, dall’ultima di Novembre. Così ci siamo anticipati ancora un po’ nell’attesa dell’ Avvento!
Ma….per la macchina economica e consumistica era troppo poco e allora…. Ideona: si inizia ad attendere il Natale dal quindici di Ottobre: ci sarà più tempo per comprare! Così via castagne, funghi, cachi, alberi ingialliti e imbruniti dalle foglie che danzano nell’aria per poi posarsi al suolo a formare un tappeto scrocchiante. Resettato l’Autunno e sostituito da decorazioni di finto abete carichi di oggetti scintillanti, da fili luccicanti, da alberi innevati ricchi di decori, da panettoni, pandori e altri dolciumi, da giocattoli, da candele, tovaglie, piatti, ecc...
E’ una manipolazione e un furto.
La manipolazione è subdola ma anche palese, per resistere dovremmo farci legare, come Ulisse, ma con le orecchie tappate e gli occhi bendati, all’albero della nostra razionalità. Le sirene della pubblicità ci canteranno di offerte speciali, di sconti favolosi e ci mostreranno video accattivanti e desiderabili e noi vorremo sempre di più, perché ci convinciamo che possiamo fare ed avere tutto ciò che vogliamo. Le sirene, si sa, ingannano.
Il furto è più grave perché riguarda il “ tempo ed il nostro modo di viverlo”. Sembro  Momo, la protagonista del libro di M. Ende, che cerca di combattere i ladri di tempo: gli uomini grigi. Io me li immagino di più come la “Banda Bassotti”, comunque sempre di ladri si tratta. Questa coercizione a determinare alcuni eventi: il Natale, l’Estate, i Weekend …su cui focalizzare il nostro sguardo bramoso di momenti felici, emozioni, esperienze, mentre viviamo in una sorta di automatismo privo di colore le ore, i momenti, giorni e giorni del nostro tempo.
Dove va il nostro tempo tra un evento e l’altro? Perché non viviamo ogni attimo con piena coscienza ed intensità godendo dell’adesso e del presente? Vivere consuma il tempo ma ne conserva la qualità vitale. Il tempo ha valore per noi stessi, per gli altri, per le cose che ci fanno star bene. Quando ogni sera, spengo la luce e mi consegno al sonno, penso alla sabbia nella mia clessidra che è diminuita ancora un po’ e mi chiedo se ho vissuto bene le ore che non avrò mai più.                           Luna  



martedì 18 ottobre 2016

Sapore d' Autunno

Ogni stagione, per me, è  identificata da un elemento che, per associazione, richiama un mix di ricordi, sensazioni, immagini, emozioni. In primavera i fiori, il mare  per l’estate, sicuramente la neve per l’inverno e per l’autunno le castagne con i colori del riccio e del frutto, la forma e il sapore. La mia regione vanta castagneti dop e le castagne sono protagoniste di fiere e sagre che sono vere celebrazioni dell’autunno.
Quest’anno ho visitato la Fiera Nazionale del marrone che si tiene a Cuneo, un’elegante città incuneata nelle Alpi che la incorniciano e le fanno ciao ( proprio come le caprette di Heidi ). Abituata da anni a visitare un’altra fiera in Val di Susa, molto popolar paesana che si snoda come un serpente tra le vie e i prati, mi sono stupita dell’aspetto lindo e ordinato degli stand che riempivano la grande piazza Galimberti, come tende di un accampamento romano, per poi proseguire tutte in fila al centro della storica via Roma. Gli stand bianchi, dal tetto a cuspide svettante, tutti uguali esternamente, esponevano i prodotti delle Langhe e della provincia granda: castagne, nocciole, funghi, porri, aglio, peperoni, salumi, formaggi, vino, confetture, miele. Prodotti di qualità dai costi adeguati, un po’ come uno store di Eataly  all’aperto. Il sole splendeva e riscaldava, l’aria era frizzante e lieve, intorno c’era un’atmosfera calma, tranquilla, di piacevole soddisfazione. Su due angoli della piazza c’erano le zone dedicate alla cottura delle caldarroste: treppiedi alti, in ferro, reggevano, tramite una catena, un’enorme padella bucherellata dal lungo manico, piena di piccole e saporite castagne che  alcuni addetti facevano abilmente saltellare. Nella sagra valsusina, il cartoccio di caldarroste e un bicchiere di barbera era offerto a tutti in cambio di un’offerta simbolica e volontaria. Qui si pagava ogni sacchetto e non c’era niente da bere: avevano già bevuto tutto?
Sotto i bellissimi portici di via Roma, bassi ed ombrosi, le vetrine, ricche di merci interessanti, dei negozi, delle boutique e dei locali storici gareggiavano nell’attirare l’attenzione dei visitatori.
Sono ripartita contenta e soddisfatta perché questa fiera cittadina mi aveva offerto sensazioni e considerazioni nuove e diverse per l’atmosfera, i prodotti, il contesto, le persone.
Riproporre ogni anno la partecipazione a questo evento di metà autunno sempre nello stesso luogo, implicava, secondo me, un’inevitabile monotonia. Fino ad un certo punto la ripetizione eleva l’abitudine a rito, ma se esasperata, rischia di ridurre il rito ad inutile routine. Preferisco inserire una certa dose di varietà nell’uniformità.                                      Luna

  


martedì 11 ottobre 2016

Smombie

Osservo molto ciò che vedo intorno a me e spesso mi proietto con il pensiero un po’ più avanti, in un futuro non tanto lontano. L’Homo informaticus avrà occhi grandi, orecchie enormi e mani con dita allungate e affusolate. L’evoluzione ci modificherà per adattarci alle nostre principali attività: guardare schermi, video, display, ascoltare con gli auricolari tutto ciò che ci viene inviato attraverso la rete e il web e chattare con individui virtuali o digitare comandi. I precursori, gli Smombie : un neologismo nato combinando le parole smart e zombie, li incontriamo tutti i giorni nella metro, in strada, nel parco, nei locali pubblici …..Hanno uno smartphone o un tablet tra le  mani , gli auricolari incuneati nei padiglioni e le dita che digitano a una fast velocità. Sordi e ciechi a ciò che è fuori e intorno: loro sono connessi con la rete, in una personale bolla. Chissà…..si potrebbe anche vivere in una specie di capsula spaziale autosufficiente, una sorta di utero tecnologico dove una sorta di cordone ombelicale dà loro infiniti mondi virtuali in cui “vivere”. L’uomo preferirebbe una vita fittizia a quella reale: avrebbero ognuno il loro avatar? Ops , sarà meglio uscire fuori da questa visione futuristica, giuro non ho bevuto!
Più realisticamente mi chiedo se gli Smombie siano consapevoli di non essere presenti nel mondo che è intorno a loro e di essere nell’impossibilità di cogliere e vivere momenti e incontri casuali che possono darci emozioni e regalarci attimi di felicità?
Passeggiavo, e non da sola, in un parco e in una radura ho incontrato, quasi in cerchio, una decina di frondosi pini: alti, maestosi e accoglienti, con tronchi scuri, rugosi, grandi e rami come braccia aperte. Mi sono fermata ad osservare quell’unicità con ammirazione, umiltà e rispetto. Per poter abbracciare il tronco del pino più antico in una comunione tra esseri viventi, in tre abbiamo allargate le braccia.               Luna

  



                   

lunedì 3 ottobre 2016

Ciò che ci capita

Ciò che ci capita, spesso è la diretta conseguenza di ciò che abbiamo scelto di fare o non fare (dicasi scelte) e, invece di accampare alibi ad hoc o di chiamare in causa complici o ricercare giustificazioni plausibili, è da persona adulta, onesta e dignitosa assumersene la responsabilità.
Ciò che ci capita, a volte sono danni collaterali dovuti a scelte e azioni altrui, per cui ne siamo coinvolti senza alcuna responsabilità personale. A mio parere, questi eventi sono tanti perché nessun uomo è un’isola e viviamo in una complessa rete di legami e rapporti che ci coinvolgono e condizionano.
Ciò che ci capita, imprevedibilmente può essere una catastrofe o una disgrazia o eventi inaspettati meravigliosi o miracolosi o tragici dovuti alla casualità, al fato o a quella dea bendata che non vede dove va.
Vorrei non soffermarmi su “come” qualcosa ci succede e neanche su “ciò” che ci capita, ma “in che modo” reagiamo con quel che è avvenuto. Certamente possiamo gestirlo o accettarlo o negarlo o rifiutarlo o subirlo: la scelta dipende sempre da noi. In realtà nelle nostre scelte siamo sempre guidati da un atteggiamento generale che può essere positivo e costruttivo o negativo e distruttivo.
Io penso che si debba vivere e affrontare  tutto ciò che ci capita impegnandosi a coglierne sempre le opportunità positive di crescere, cambiare in meglio, fare nuove esperienze, acquisire o ampliare le conoscenze, aumentare la consapevolezza di sé stessi e dei rapporti con ciò che è fuori di noi: il mondo e gli altri. Incredibilmente anche gli accadimenti negativi e dolorosi ci offrono opportunità positive, siamo noi che dobbiamo ricercarle, riconoscerle e valorizzarle. Questa mia visione positiva non dipende da un desiderio di consolazione e compensazione, visto quante cose orrende ci toccano ogni giorno, ma dalla scelta meditata e consapevole di progredire positivamente con le opportunità che la vita mi offre.
Avrei molti esempi di cui parlarvi, ve ne accenno solo uno. Quando la mia vita di coppia si è conclusa e sono ritornata “signorina”, per la prima volta mi sono ritrovata a vivere sola e ho provato la libertà di essere l’unico punto di riferimento per le mie scelte dalle più semplici ( cosa mangiare, dove andare ecc) alle più impegnative ed ho anche messo alla prova le mie capacità e la responsabilità di affrontare il vivere basandomi sulle mie forze. Una bellissima conquista ed un’iniezione di autostima!
Siate positivi e costruttivi, miei follower!                                                   Luna


                  
  
     


lunedì 26 settembre 2016

La scuola oggi

Dal mio post precedente corrono una cinquantina di anni e tutto è cambiato, ma così cambiato che quella storia sembra far parte di un tempo lontanissimo. I cambiamenti si sono verificati ad una velocità progressivamente in accelerazione tanto che con fatica riusciamo, ora, a situare il prima e il dopo in modo conseguenziale.
Nella “Storia d’altri tempi” gli argomenti non mancavano, io però desidero soffermarmi sulla scuola e sullo studio come strumento per una progressione sociale, per l’acquisizione di un’indipendenza economica, per la formazione di un’apertura mentale, di un arricchimento culturale e di uno sviluppo delle capacità intellettive.
Pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, ho sentito persone adulte che si rivolgevano a mio nipote ( prossimo alla terza elementare) chiedendogli: “Che classe farai? Sei contento di tornare a scuola?” Poi, senza attendere le risposte, suggerivano: “E’ dura eh, studiare? Poverino!”.
Prima, continuare gli studi era un privilegio sia per le capacità personali sia per i motivi economici, si conquistava con sacrifici, impegno, costanza, interesse e disciplina. Studiare era anche piacere, appagamento per chi era curioso e poneva quesiti, era il flash della comprensione, era l’ansia e la voglia di saperne di più, di comprendere e di obiettare.
Oggi, un ragazzino delle elementari sembra condannato ai lavori forzati, ma quando mai?
 Impara, insieme ad altri bambini, conoscenze nuove, impara a disegnare, cantare, recitare, suonare e a fare attività motorie. Impara a piantare e aver cura della crescita del seme, impara a comportarsi secondo le regole civili, impara a collaborare e a stare con gli altri ecc….  Vengono gradualmente inseriti nel mondo in cui viviamo e imparano come muoversi e agire e orientarsi, si danno loro le conoscenze e gli strumenti adeguati ad affrontare il loro crescere e svilupparsi.
Io lo trovo normale e allora perché studiare, per i nostri ragazzi, oggi è una fatica e la scuola è una prigione?  Come è potuto succedere?
Un altro luogo deputato all’impegno e allo studio è l’Università che, ieri, rappresentava la rampa di lancio per proiettarsi nella vita lavorativa adeguatamente attrezzati. Certo, oggi, entrare nel mondo del lavoro è più difficile e non immediato, ma ciò che si è appreso fa parte del proprio bagaglio e di chi si è diventati. Oggi l’Università è un parcheggio senza limiti di sosta per tanti giovani che non hanno alcun desiderio né coraggio per affrontare l’esame della vita.
Sono genuinamente preoccupata per questo stravolgimento di idee e comportamenti della nostra generazione giovanile.                                               Luna


lunedì 19 settembre 2016

Una storia d'altri tempi

Era la prima ed era femmina! Una delusione, appena dissimulata, per il padre che attendeva il figlio maschio e che divenne sempre più palese guardandola crescere e valutandone il temperamento volitivo, ribelle e determinato. Scuoteva il capo e diceva: “Doveva essere un maschio, peccato che sia femmina.”
La madre, invece pensava a lavorare instancabilmente per riuscire a sollevare le sorti familiari che erano a malapena sufficienti. Era da poco finita la guerra e il paese in cui vivevano si stava lentamente riprendendo con il lavoro: si coltivava, si costruiva, si commerciava. Tutti s’industriavano per ottenere ogni giorno un po’ più del necessario e tutti collaboravano, come potevano, al raggiungimento di questo obiettivo.
La bambina fu educata con severità e con disciplina, doveva comportarsi bene, essere ubbidiente, giudiziosa e servizievole per aiutare la mamma nell’accudimento dei più piccoli e per essere di esempio ai fratelli nati dopo di lei. Niente giochi né giocattoli, niente amichette, niente uscite o attività esterne, niente gesti affettuosi ….. allora pensavano che fosse giusto così. E poi a cinque anni arrivò il momento della scuola, non pubblica, considerata dai genitori poco seria,  ma privata.
 Trascorse i cinque anni delle elementari presso una maestra che insegnava ad una ventina di bambini. Era una zitella arcigna, arida, autoritaria e rabbiosa che impartiva l’insegnamento utilizzando insulti e punizioni corporali ad ogni sbaglio,  ad ogni errore, ad ogni più piccola mancanza o disturbo. La ragazzina ne fu terrorizzata, piegata ed avvilita e il suo temperamento si nascose dietro l’acquiescenza. I genitori, che avevano scelto l’insegnante proprio per la disciplina paramilitare che impartiva, furono contenti dei risultati.
 Decisero che le medie le avrebbe frequentate nella scuola pubblica: il paradiso dopo l’inferno. La ragazzina si riprese, rifiorì e si scoprì curiosa, interessata a capire, a conoscere. Quante materie strane e nuove, quanti insegnanti ognuno diverso dall’altro, una parlava persino in una lingua straniera che dovevano imparare. Quanti ragazzi e ragazze come lei, con loro poteva persino parlare, scambiarsi pareri, domande, confidenze e, a volte, anche  la merenda! Non volle mai più rivedere la vecchia insegnante e, se l’incontrava per strada, girava il viso per non salutarla. La scuola divenne un luogo fantastico, dove poteva respirare  senza paura, il suo compito era studiare e lei vi si applicò con costanza, diligenza e attenzione, ma a volte avrebbe avuto bisogno di un aiuto, di un chiarimento, anche soltanto di una conferma, ma….non c’era nessuno a cui chiedere. Nella sua famiglia era lei quella che sapeva più degli altri e così i suoi risultati non sempre erano adeguati all’impegno. Alla fine dell’ultimo anno la madre chiese un colloquio con l’insegnante di lettere per pregarla di incoraggiare la promozione della ragazza, in quanto non avrebbe più proseguito gli studi.
L’insegnante si meravigliò di questa affermazione e le disse: “Sua figlia ha solo bisogno di un po’ d’aiuto, per il resto se non continua lei, che è una delle migliori,  non saprei proprio chi altri dovrebbe continuare a studiare.”
Per la madre fu una rivelazione, una sorte di illuminazione e comprese che i suoi figli potevano ottenere l’ avanzamento sociale, che desiderava per loro, attraverso lo studio. Da quel momento impiegò la maggior parte delle sue energie e un impegno costante nell’incoraggiare, sostenere ed appoggiare, anche in disaccordo col padre, la sua primogenita perché le sue potenzialità e capacità potessero affermarsi, crescere ed espandersi.
La ragazza comprese tutte le aspettative della madre, le condivise e si impegnò nello studio con costanza, con la disciplina che aveva così duramente appreso, con forza di volontà, interesse e  curiosità per ogni aspetto del sapere e della conoscenza. Il suo carattere si temprò e si rafforzò e, dopo nove anni, alla presenza dei suoi genitori ricevette la laurea e li rese orgogliosi, ma soprattutto aprì le sue ali per volare e diventare una persona autonoma, indipendente e padrona del suo destino, nonostante fosse femmina!        Luna                   
  
     





     

       





lunedì 12 settembre 2016

L'Estate sta finendo !

Lentamente, con una certa languida spossatezza, si avverte nell’aria questo abbandono annunciato!
L’Estate è la stagione che si attende con maggiore intensità e costante aspettativa, non solo per le tanto agognate vacanze, ma anche per uno spirito di libertà, di leggerezza che pervade un po’ tutto. Ad esempio si vive all’aperto, appena è possibile, piuttosto che in spazi chiusi, si indossano meno indumenti e molto informali perché fa caldo, si consumano cibi freddi per evitare il caldo della cucina e perché è più salutare ed invitante, le ore serali e notturne sono godibili e si ha la sensazione che il giorno abbia più ore ecc…..
E, avvenimento notevole, la fatica dello studio e del lavoro si interrompe e ci è consentito dare uno stop al ritmo frenetico, allo stress, alle pressioni, allo sfinimento psicofisico, all’irritabilità.
E, possiamo dare lo start alle …..”dadadà”  Vacanze!
Ma….. così come è lunga e tanta l’attesa altrettanto lo è il rammarico e lo sconforto per la sua conclusione. Non accettiamo che finisca, non desideriamo riprendere le attività quotidiane, anzi meditiamo la fuga e vorremmo che il tempo, come per un dvd, potesse ripetersi schiacciando di nuovo play.
A)E’ perché è troppo breve o mal distribuito il periodo di non lavoro-studio?
B)E’ perché troppe sono le aspettative, le esigenze, le necessità concentrate in un tempo limitato?
C)E’ perché il tempo normale, quello no-relax, è troppo difficile, faticoso, problematico, complesso?
D)E’ perché non ci basta mai ?
Cosa ne pensate? Avete proposte innovative di qualsiasi tipo?
Personalmente io propendo per l’ipotesi C e D, perché avendo fatto spesso un mese e più di distacco dai luoghi e dalle fatiche abituali, ho potuto constatare che le vacanze brevi o lunghe causano lo stesso rammarico per la loro fine e la stessa difficoltà nella ripresa. Ciò che è differente è la qualità e la quantità di ricarica delle energie perché se il rilassarsi e il recupero è stato prolungato e profondo si avrà un benefico effetto spalmato su un periodo lungo. Inoltre vorrei porre l’accento sui tre mesi di chiusura della scuola e su un esercito di alunni lasciati a pascolare. Non è un bene né per bambini/ragazzi, né per i genitori, né per i nonni. Concordo indubbiamente sul fatto che c’è bisogno di riposo per le loro menti affaticate, ma penso che comunque debbano essere intrattenuti e coinvolti in attività ludiche, sportive e socializzanti. Molti giovani animatori sono impegnati in questo compito nelle cooperative pubbliche o private dei centri estivi. Problemi? Sì la spesa è notevole e il periodo di tre mesi eccessivo!
Anche se recalcitriamo e molti ancora si attardano sulle spiagge, questa estate lentamente se ne va e a noi restano le foto, i video, le  esperienze vissute, le emozioni provate  e la certezza che tra nove mesi tornerà per cui possiamo iniziare già adesso a progettarla, non è così ?                                            Luna             
  
     



lunedì 22 agosto 2016

Il nome? E' una cosa seria!

Nel cerchio più ampio della mia famiglia, sta per nascere una bambina. Chi ha avuto l’esperienza di attendere la nascita di un neonato sa quanto sia intensa ed emozionante l’attesa così come grande è la paura. Ancor prima del suo primo vagito, i suoi genitori hanno già compiuto, per lei, una scelta indissolubile: il suo nome!
Il nome di una persona non è soltanto un insieme di lettere e di suoni emessi dalla nostra bocca. Quando diciamo il nostro nome, diciamo chi siamo: i nomi imprimono carattere. Ho una teoria sui nomi, supportata da osservazioni e riflessioni che ho tratto dalle mie conoscenze e dalle esperienze lavorative. Certo, non mi risulta che sia stata provata scientificamente, ma desidero ugualmente sviscerarla con voi. I nomi imprimono carattere, ogni nome ha un significato nella lingua in cui è stato formato e persone con lo stesso nome, molto spesso, hanno le stesse caratteristiche caratteriali e/o fisiche e/o attitudinali e/o comportamentali; insomma “aria di famiglia”. Fateci un pensierino. Io sono certa che sia questo il motivo per cui molti scelgono di dare ai figli il nome di personaggi illustri, che hanno compiuto imprese eccezionali, o di personaggi noti per le loro qualità e doti eccelse, geniali.
Il nome è importante! E’ una sorta di mantra che appartiene a te e ti identifica per tutta la vita: tutti si rivolgono a te pronunciando quel suono e non un altro. Ricordo, come fosse ieri, che mia figlia, in età prescolastica, un bel giorno ha rifiutato il suo nome, non ci ha detto perché, non era in grado di grandi riflessioni allora. Ha preteso che la chiamassimo Nicola perché le piaceva. Era convintissima e ci ha fatto impazzire per due o tre settimane: non rispondeva e non accettava di fare alcunché se non la chiamavamo Nicola. Dopo un po’, resasi conto che tutti gli altri continuavano a rivolgersi a lei con il suo nome, ha dovuto accettarlo, ma si è ritenuta soddisfatta solo quando ha battezzato un nuovo peluche( un cane) con il nome di Nico( abbreviazione di Nicola).
In Italia e non solo, c’è la tradizione, oggi “quasi” in disuso, di dare ai figli il nome dei genitori o di parenti benvoluti per continuare ad averli in famiglia, onorarli, perpetuarne il ricordo dopo la morte e per propiziarsi qualcuna delle loro qualità positive. Anche il mio nome è stato scelto per ricordare la nonna paterna, anch’io ho avuto per questo nome un lungo periodo di rifiuto perché non lo ritenevo “solo mio” e poco appropriato a me essendo molto comune e facile a modifiche linguistiche diminutive e vezzeggiative, per me inaccettabili. Desideravo che il mio nome fosse come volevo essere: unico, diverso, speciale. Solo col tempo e la maturità ho accettato il mio nome ed ho capito che era indubbiamente  quello giusto per me.
Il nome è anche un’evocazione! Ha un che di sacro, è legato alla vita e all’anima di chi lo porta in modi che non comprendiamo pienamente, ma che intuitivamente avvertiamo. Solo i sacerdoti potevano chiamare ed evocare le divinità, solo persone preparate e scelte potevano pronunciarne il nome e il primo comandamento della religione cattolica pone l’imperativo categorico di non pronunciare il nome di Iddio invano! Non è solo una questione di rispetto, è anche paura di ciò che potremmo evocare pronunciandolo. Ugualmente ciò può riferirsi anche al nome del male.
Attenzione, quindi ai nomi! Mi auguro che il nome di questa bimba che verrà, sia stato scelto con tanto amore e tanta cautela e tanto rispetto. A voi i commenti.                                                Luna      





domenica 14 agosto 2016

Dov'è la gioia?

In questi giorni mi è capitato di soffermarmi a guardarmi nello specchio in modo più attento, accurato, soprattutto ho guardato i miei occhi ed ho avuto un deja vù : mi è sembrato di rivedere gli occhi di mia madre! Quando ero una giovane donna confortavo spesso mia madre per i suoi problemi matrimoniali e familiari (quattro figli ancora in crescita e in casa). Spesso l’ho vista piangere, anche a causa mia, e, in un certo momento indefinito, i suoi occhi sono diventati tristi e pieni di sofferenza e, sebbene avesse un gran bel sorriso, i suoi occhi non sorridevano più. La sua fiammella, quella luce che ci illumina dall’interno, che ci fa risplendere e che ci riscalda il cuore si era spenta!
Nonostante io abbia cercato di parlarle, confortarla, esserle vicina, non sono riuscita a motivarla, a darle l’input necessario per spingerla a credere che la sua strada, così contorta, in salita e accidentata era valida e non finiva finché non era finita.
Ed ora rivedo gli occhi di mia madre nei miei e…. so perché. Anche la mia scintilla, quel qualcosa che io chiamo “gioia di vivere”, che rende ognuno di noi unico e vitale, pieno di speranza e di fede si è affievolita. Ho avuto una grande perdita e il dolore per l’assenza, la mancanza, non si è attenuato, è solo sceso in profondità, è come il fuoco sotto la cenere, e consuma la mia speranza, la mia gioia.
Eppure….eppure …ho messo in atto tutte le strategie che conoscevo per accettare e rielaborare il mio lutto e per trovare compensazioni, sfide, occasioni di emozioni, novità di interessi, contatti, conoscenze, rapporti e maggiore coinvolgimento in affetti solidi. Sono tutte strategie utili che riescono a darmi soddisfazioni, che mi danno momenti di piacere e mi riempiono ma, non abbastanza se i miei occhi sono tristi…….
In questo blog ho sempre condiviso le mie riflessioni e le mie personali certezze dando suggerimenti ed esortazioni, questa volta vorrei che mi offriste un suggerimento, un consiglio, un input inedito che mi possa aiutare ad alimentare la mia fiammella e a riportare la gioia nei miei occhi.                      Luna    





     

       




                                                                                                  

     

domenica 7 agosto 2016

W le VACANZE!

E’ estate: tempo di….vacanze!
“Vacanze”: nome che evoca ricordi, emozioni, desideri, decisioni e scelte. Sì, oggi, le vacanze si possono vivere in tanti , tantissimi modi diversi, c’è solo bisogno di avere un certo benessere e , a volte, anche no , nel caso si sia in relazione con persone che, possedendo il famoso benessere, lo mettano a vostra disposizione.
Se guardiamo nel passato, neanche tanto lontano, solo coloro che erano ricchi e possedevano più residenze potevano permettersi di trasferirsi, in estate, in altre località e soggiornarvi ospitando parenti, amici e conoscenze che formavano una “corte” con cui le giornate trascorrevano piacevolmente in varie attività. Le vacanze di massa, quelle a cui siamo approdati noi italiani con notevole gradimento, tanto da attenderle per tutto l’anno lavorativo, sono nate nel secolo scorso, negli anni del boom economico. Negli anni ’60, il benessere, la diffusione dei mezzi di trasporto e la costruzione delle infrastrutture hanno consentito alla classe media e bassa di accedere a questo privilegio. Ha avuto un successo enorme tanto da dar origine all’esodo di massa ad agosto.
Le “ vacanze” sono forse uno dei pochi cambiamenti che ricerchiamo ed affrontiamo con entusiasmo ed aspettative positive che, nella maggior parte dei casi, si realizzano. Vediamo la carta d’identità che caratterizza le vacanze. Dove si va? C’è chi va in montagna e chi al mare, c’è chi va in paesi europei e chi in luoghi esotici in altri continenti, c’è chi va per luoghi d’arte e chi corre in campagna ecc… Anche se le destinazioni sono differenti in comune c’è l'altrove, il cambio di scenario e l’allontanamento dai luoghi quotidiani e usuali. Che si fa? Sinteticamente penso che le attività in vacanza si possono raccogliere in due categorie di scelta: statiche o dinamiche e “ sicuramente” non lavorative! Alcuni amano riposarsi facendo altro: praticando sport, esplorando, visitando, viaggiando, giocando ecc…. Altri amano riposarsi in qualsiasi luogo comodi, coccolati e serviti. Quando? Beh, considerato il nostro clima potremmo avere ampia scelta, ma principalmente ce le godiamo d’ estate con un notevole picco ad agosto. Con chi? A parte le eccezioni, ci si sente parecchio sfigati a fare le vacanze in solitario, perché essere in compagnia, da due a tanti, è importante al fine di condividere l’esperienza, il divertimento, il rilassamento e il piacere. Perché? Alla base della scelta delle nostre vacanze c’è la ricerca e il soddisfacimento di: bisogni? sogni? desideri? emozioni? necessità? Le nostre vacanze hanno uno scopo e se, al ritorno a casa, ci sentiremo appagati e ricaricati, lo scopo è stato raggiunto, viceversa ci toccherà attendere le prossime facendo tesoro dell’esperienza vissuta.
Le mie sono vacanze in corso, ne ho vissuto la prima parte al mare, in un luogo bello e naturale, con tanti amici, baciata dal sole, rinfrescata dall’acqua cristallina e scompigliata dal vento e le attività più semplici hanno acquistato un senso più pieno. Ho soddisfatto il mio bisogno di stare a contatto col mare, di rivedere e frequentare amici che vivono lontano dal mio mondo e di staccare dal quotidiano. Ora sono in montagna.
E voilà, ora vi cedo la parola: le vostre vacanze?                       Luna





     

       




                                                                                                  
     



lunedì 27 giugno 2016

Slow food

Questa settimana mi è capitato di leggere il manifesto dello “SLOW FOOD”. Mi ha colpito e ho deciso che sarebbe diventato il mio nuovo post, vi invito a commentarlo, io lo farò poi.     Luna


MANIFESTO DELLO SLOW FOOD     
Movimento internazionale per la tutela e il diritto al piacere

Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha fatto il proprio modello di vita. La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la "Fast-Life", che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case,ci rinchiude a nutrirci nei "Fast-food".
Ma l'uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d'estensione.
Perciò contro la follia universale della "Fast-Life", bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale. Contro coloro, e sono i più, che confondono l'efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un'adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento.
Iniziamo proprio a tavola con lo "Slow Food", contro l'appiattimento del "Fast-Food" riscopriamo la ricchezza e gli aromi delle cucine locali.
Se la "Fast-Life" in nome della produttività, ha modificato la nostra vita e minaccia l'ambiente ed il paesaggio, lo "Slow Food" è oggi la risposta d'avanguardia.
E' qui nello sviluppo del gusto e non nel suo immiserimento la vera cultura, di qui può iniziare il progresso con lo scambio internazionale di storie, conoscenze, progetti.
Lo "Slow Food" assicura un avvenire migliore.
Lo "Slow Food" è un'idea che ha bisogno di molti sostenitori qualificati, per far diventare questo moto (lento) un movimento internazionale, di cui la chiocciolina è il simbolo. 

domenica 19 giugno 2016

Emozioni: fiori e fragranze !

E’ un po’ che non scrivevo di emozioni: è ora!
Quest’anno mi sono regalata il mio rituale bagno di fiori e fragranze in un paesino dell’astigiano, dove in una storica residenza reale, in un punto un po’ nascosto e abbarbicato alle mura del castello vive, tutelato, accudito e coltivato, un antico roseto. E’ piccolo, raccolto ma è un trionfo di rose libere e selvagge, alte e basse, disposte ad arco o rampicanti, pendule, solitarie, a grappolo, centifoglie, a cinque petali e dai colori luminosi, sfumati, intensi, vellutati, delicati, puri. E il profumo allagava l’aria, era respiro odoroso che emozionava l’anima. Mi sono persa! E’ la seconda volta che mi succede, la prima è avvenuta parecchi anni fa in Provenza, quando mi sono ritrovata ad abbracciare quell’incredibile lavanda in fiore mentre camminavo immersa nei “vermoni” viola, porpora, glicine e i miei cinque sensi, insieme, non bastavano a contenere il tutto.
Non sempre è possibile vivere un’emozione simile, in un ambiente naturale, ma è possibile provare  emozioni olfattive anche con i profumi che parlano direttamente alla fonte della coscienza, alla sua sorgente. A differenza delle parole, gli odori arrivano dritti ai sensi delle persone. E’ l’olfatto il primo dei sensi perché si annida negli oscuri recessi dell’anima e reagisce alle stimolazioni secondo una serie di archetipi olfattivi nati con l’uomo.
I fiori, le foglie, i frutti, le bacche, le erbe aromatiche, i legni, le radici, i muschi, le resine sono gli ingredienti vegetali di base per creare i profumi. (Ci sono anche pochi ingredienti di origine animale oppure derivati da sintesi chimiche) Questi ingredienti vengono raccolti e distillati per ottenere un liquido composto di acqua ed olio. Questo liquido è profumato e viene chiamato “ acqua di profumo”. Eliminando l’acqua rimane l’olio che è l’essenza: la materia odorosa. Le essenze vengono mescolate e poi diluite in alcol o in un altro olio, il risultato è il profumo. E’ una spiegazione semplificata e riduttiva perché dietro ad ogni profumo c’è un intero universo.
Il profumo non è solo qualcosa di bello da spruzzarsi sulla pelle, come fosse un accessorio, in realtà è qualcosa in cui noi ci ritroviamo, sul quale proiettiamo sogni, aspirazioni, desideri, ricordi o benessere: E’ qualcosa che comunica armonia, che è collegato alla soggettività e all’oggettività più profonda , perciò un profumo ti può piacere moltissimo, ma ti può anche suscitare allarme, ansia, disgusto.
Le persone che creano profumi, veri creativi e artisti, vengono chiamati “nasi” perché, oltre a conoscere e saper distinguere le essenze, le scelgono, le mescolano, le combinano secondo uno schema prestabilito che si chiama piramide olfattiva e che è la carta d’identità del profumo. Ogni profumo ha dietro di sé un’idea, un percorso, racconta qualcosa ed usa un linguaggio immediato e comprensibile. E’ come la musica: senza barriere. E’ come un canto corale: più voci in un’unica armonia.
Quando scegliamo un profumo, dobbiamo essere consapevoli che esso parla non solo a noi, ma anche di noi agli altri, ci identifica e dice ciò che emaniamo: gioia, allegria, sensualità, benessere, raffinatezza, unicità……
Le mie fragranze artigianali con essenze naturali sono due: un’essenza agrumata che evoca la fioritura degli aranci sotto il sole del Sud e un’essenza legnosa che evoca boschi, solitudine e silenzi. E voi, amate i profumi ?                                                          Luna       

       



domenica 12 giugno 2016

Overdose di immagini

Ho sempre amato le fotografie e le macchine fotografiche. Ricordo di essere stata l’artefice dell’introduzione, nella mia famiglia d’origine, di una macchinetta elementare e super economica che funzionava con un rullino e un pulsante. Quelle prime foto familiari, in bianco e nero e spesso sfocate, erano per noi una meraviglia, un’ autentica magia.
Da quella prima macchinetta si è realizzata una vertiginosa evoluzione tecnologica che ci ha consegnato tra le mani bellissimi, complicatissimi e accessoriatissimi strumenti fotografici. Le fotografie, sviluppate e stampate a colori su adeguati cartoncini, erano attimi di tempo bloccato, documenti della nostra vita privata che venivano raccolte negli album familiari o conservate gelosamente nel portafoglio.
Le immagini fotografiche personali, oltre a fermare il tempo, ci permettevano di guardarci dall’esterno, di rivederci come eravamo, di rendere presente qualcuno che non era lì con noi perché lontano nello spazio o perché defunto. Le immagini di paesaggi, naturali e urbani, vicine o lontane aumentavano la nostra conoscenza ambientale e geografica, così come quelle che ritraevano popolazioni diverse dalla nostra. Poi c’erano le foto come forma d’arte , espressione ed interpretazione della realtà da parte del fotografo; ed ancora le foto come testimonianza della storia: documenti di accadimenti tragici o civili o sociali.
Preistoria!
Oggi tutti scattano, tutti fanno foto in qualsiasi occasione e a chiunque ha attirato la nostra fugace attenzione o a qualsiasi soggetto animato, inanimato: il dito è più veloce del pensiero. Non abbiamo bisogno di macchine particolari e pesanti, basta un cellulare, uno smartphone e nessuna abilità se non quella di essere dotati di vista e mani ferme. Certo il fotografo professionista, l’amatore, l’artista esistono, ma non mi riferisco a loro, io sto parlando delle persone comuni. E poi, altro passo avanti, è nato il “selfie” che ci consente di autofotografarci, anche se si è soli o includendosi, se si è con altri.
Fantastico, vero?
E allora perché mi sento un po’ delusa, come se mi avessero appena detto che Babbo Natale mi porterà regali tutti i giorni? Dovrei essere contenta, no?
L’immagine fotografica ha assunto un’ulteriore funzione: testimonia le nostre vicende private( dove e quando, con chi siamo e cosa facciamo)  non solo per noi, ma soprattutto per gli altri. Noi vogliamo un pubblico che ci veda, che condivida e che….. ci invidi. E allora ci connettiamo e diffondiamo. Siamo i protagonisti.  Se poi stiamo assistendo ad un evento sportivo o culturale o d’intrattenimento, politico ecc…. allora via con le foto che diffondiamo come prova della nostra presenza come pubblico che osserva i protagonisti. Siamo protagonisti e pubblico, insomma viviamo la nostra vita normale come se fosse un film,  scambiandoci i ruoli.
Per me, siamo connessi con tutti ma non con la realtà.               Luna  


       

lunedì 6 giugno 2016

Puntualità: che stress!

Le ore ed i minuti scandiscono la nostra frenetica giornata. Siamo di fretta e di corsa in perenne affanno per arrivare in tempo utile : non abbiamo il tempo di perdere tempo ! Chi ha orari prestabiliti per svolgere il suo lavoro ha l’obbligo contrattuale ed economico di essere puntuale, mentre chi ha più flessibilità può gestire i suoi orari in modo più personalizzato. Sto dicendo cose ovvie, certo, e ne aggiungo ancora una: fa parte dell’etica del lavoro e delle norme civili rispettare i propri orari di lavoro con grande impegno e scrupolosità. Penso che su questo conveniamo tutti, ma al di fuori del lavoro o di impegni importanti, nei nostri appuntamenti sociali e familiari è così sbagliato essere un po’ più elastici e disponibili?
E’ chiaro che non bisogna né esagerare, né trasformare il ritardo in un’abitudine, ma, in generale, non si può adottare un minimo di tolleranza? Ad esempio: ho appuntamento con un’amica, a casa sua, per vederci e stare un po’ insieme, è così importante spaccare il minuto o è possibile ritardare di cinque o dieci minuti?
A mio parere, nelle occasioni di svago e di socialità, si dovrebbe tener conto anche di non creare un certo stress nelle persone notoriamente meno ortodosse nel rispetto degli orari stabiliti per l’incontro. Cinque o otto minuti di ritardo non sono una mancanza così grave da meritare malumori o rimproveri per lo sforamento. Spesso le persone che hanno l’ossessione della puntualità, sono così maniacali da arrivare dai quindici ai venti minuti prima dell’orario stabilito e accolgono arrabbiati chi arriva con pochi minuti di ritardo dicendo: “Sono qui che aspetto da quindici minuti”. Questo è inesatto e scorretto, perché i suoi minuti di anticipo sono una sua scelta e responsabilità e non può addebitarli a chi è in ritardo di pochi minuti.
Io sono continuamente in gara con il tempo e sono spesso in ritardo o, con grande impegno e fatica, arrivo esattamente all’orario stabilito. Una persona, qualche tempo fa, mi fece notare che chi arriva in ritardo manca di rispetto a tutti quelli che lo aspettano. Sono d’accordo con lei. Da allora, quando devo incontrare persone molto attente alla puntualità, corro come un’isterica da una stanza all’altra prendendo borsa, chiavi, scarpe, giacca ecc.. e lasciandole in giro e ricominciando daccapo perché sono presa dall'ansia di arrivare puntuale. Continuo ad impegnarmi e sono molto migliorata, ma, a volte, ho delle crisi di rigetto e mi concedo qualche “dose” di ritardo. Bisognerebbe anche notare i miglioramenti del ritardatario e gratificarlo riconoscendone l’impegno, gli sforzi e l’accumulo di stress.
Cosa ne dite, sono molto di parte ?                                                              Luna

       




                                                                                                  
     



domenica 29 maggio 2016

Le cose

Quante volte abbiamo detto:” Prendi la cosa” o “Ho comprato una cosa” o “Ti ho portato la cosa bella” o “Non trovo la cosa che avevo lasciato qui” ? Tante, perché siamo circondati da cose e perché dire “cosa” è generico e può comprendere qualsiasi tipo di oggetto: da una sciarpa ad una collana, da un dolcetto ad un vaso, da un disco ad un souvenir……. Quando usiamo la parola “cosa”, implicitamente dichiariamo  che non diamo troppa importanza a ciò che indichiamo, perché, anche se c’è, comunque non ha alcun senso nella nostra vita. Certo, le cose, sono state costruite con un’intenzione, uno scopo, ma solo quando noi attribuiamo loro un significato, un valore simbolico, una valenza, diventano elementi della nostra vita. Sono tessere che contribuiscono a formare il mosaico della nostra esistenza, acquistano un senso che, per noi, diventa scontato.
Le cose non sono vive, ma assorbono e si rivestono delle nostre proiezioni, delle emozioni che proviamo toccandole, guardandole, usandole e, in questo modo, le carichiamo di energia vitale: la nostra. Avete presente quando inseriamo le pile in un meccanismo e subito inizia a funzionare? A mio parere, le cose a cui noi diamo un senso, vengono caricate vivendo con noi, facendo parte del nostro tessuto vitale. Esse ci appartengono, le possiamo possedere, ne abbiamo un controllo totale, non scompaiono e soddisfano il nostro bisogno di certezze e potere.
Alcuni oggetti fungono da catalizzatori del nostro passato perché, come ami da pesca, fanno ritrovare e rivivere i momenti riposti nella biblioteca della memoria, diventando così un antidoto alla smemoratezza.
E’ per questo che non riesco ad eliminare tanti oggetti appartenuti e usati da mio marito: c’è in essi ancora la sua energia vitale che, come una brezza, mi accarezza il cuore.
Mi prendo cura delle mie “cose”. Per me è come prendermi cura di me stessa e “loro” risplendono e mi rinviano, come riflessi in uno specchio, l’energia che vi ho diretto.
La scrittrice M. Kondo, di cui ho scritto nel post sul cambio di stagione, afferma che le cose hanno una coscienza. Non so se lei basa la sua certezza su una dottrina filosofica e/o religiosa, ma non la condivido se non nel senso che è la nostra coscienza che loro assorbono e che quando la nostra energia non le attiva diventano “cose” senza alcun significato. Solo quando ci ritiriamo emotivamente da loro, possiamo lasciarle andare senza sofferenza, e allora le eliminiamo o le regaliamo o le ricicliamo perché altri le possano usare o attivare.
Ci sono persone che non si attaccano alle “cose”, questo, per me, è dovuto a due motivi opposti: o sono meno emotivi per cui riescono a tenere la loro parte emozionale rinchiusa all’interno di sé o hanno un surplus emotivo che richiede interazione, coinvolgimento e condivisione con altri esseri viventi e non con “cose”.
Ditemi se le mie teorie vi sembrano accettabili e/o quali cose hanno assunto un senso nella vostra vita.       Luna

       





domenica 22 maggio 2016

Il centro del bersaglio

Quest’anno sono circondata da un gruppo di “ persone” che hanno in comune il lento approssimarsi o il lento allontanarsi da quella data fatidica che rappresenta il centro della nostra esistenza: i 50 anni! Tra loro non ho notato nessuna differenza di genere nel modo di vivere questo traguardo: tutti consapevoli che quella cifra sanciva che il tempo più lungo era stato già vissuto, e che il tempo restante, oltre che incerto nella qualità, sarebbe potuto diventare maledettamente breve nella durata.
Il velo della prolungata giovinezza era svanito. I loro pensieri hanno focalizzato il momento e hanno preso una decisione che si potrebbe sintetizzare così:” Ora o mai più!” E, come quando in una partita a poker si giocano le “mani finali”, c’è nei giocatori sia la spinta a rischiare e ad osare, sia la spinta ad essere più cauti e previdenti. Infatti diverse sono state le direzioni prese.
Le donne si sono sentite più motivate e determinate ed hanno preso decisioni di cambiamento o di realizzazione di un nuovo obiettivo nell’ambito del lavoro o della vita, gli uomini sono andati maggiormente in crisi perché si sono scoperti più fragili, vulnerabili e nostalgici.
E’ come se le donne avessero pensato:” Sono ancora in tempo per osare, sono di nuovo libera di pensare a me, alle mie esigenze e al mio futuro. I miei figli non hanno più bisogno delle mie cure assidue ed io ho ancora l’energia, l’ambizione e l’entusiasmo per impegnarmi in un nuovo progetto.”
E’ come se gli uomini avessero pensato:” E’ finito lo splendore della giovinezza e, anche se sono ancora in gamba, sarà meglio che mi assicuri un futuro comodo e senza grossi problemi. Calmiamoci ora con gli eccessi, abbiamo la maturità per avere un ruolo più importante, capitalizziamo gli anni di lavoro e consolidiamo ciò che abbiamo realizzato e niente assunzioni di fatiche ed impegni ulteriori.”
Insomma gli uomini hanno ripiegato sulle loro posizioni e le donne son partite alla carica. Sono rimasta sorpresa da questa diversa direzione che ho osservato nei cinquantenni che conosco e frequento, non penso certo di poter generalizzare, anzi un vostro contributo di conoscenze, esperienze e considerazioni potrebbe ampliare la chiacchierata. Comunque questo limitato spaccato di umanità mi ha spinto a riflettere ulteriormente sulle fasi della vita.
I 50 anni sono un momento clou che genera riflessioni e bilanci sulla prima metà( siamo ottimisti) della nostra esistenza, è il momento in cui ci rendiamo conto dello scorrere della sabbia nella clessidra e ciò ci fa perdere l’equilibrio. Il tempo, che non esiste senza l’essere umano che lo misura, ci diventa nemico e per ottimizzarlo ci comportiamo come la formica o come la cicala.
Io, ai miei cinquanta, ho scelto di cambiare direzione e di fare la “cicala” per vivere in  libertà il mio bisogno di conoscenza e di esperienze coltivando ed accrescendo gli aspetti culturali, spirituali e sociali di me stessa.
                            Luna      




domenica 8 maggio 2016

E' ora del cambio di stagione!

Tutti, per esperienza diretta o indiretta, sanno che,  ogni  anno in ogni casa, vi sono due cambi di stagione: invernale ed estivo. Le stagioni intermedie si accodano con grazia alle due principali. E’ una gran fatica: scegliere ed eliminare i capi obsoleti, smacchiare e lavare tutti quelli che ne hanno necessità, piegarli o imbustarli per riporli ordinatamente per la stagione successiva, tirare fuori quelli riposti nel cambio precedente, sistemarli adeguatamente a portata di mano per essere utilizzati. Anche le borse e le scarpe richiedono la stessa cura e lo stesso trattamento. Anno dopo anno, i cambi di stagione servono anche a riordinare i nostri armadi, i cassetti e le scarpiere.
La nostra società è chiamata “dei consumi” ma spesso non è altro che la società dell’eccesso, del superfluo e dello spreco. Se osserviamo le nostre case con un minimo di spirito critico, dobbiamo concordare che non solo gli armadi, i cassetti e le scarpiere sono piene di abbigliamento, ma è tutta la casa che è piena di: documenti, foto, “ciapa puer”(soprammobili in lingua piemontese), libri, riviste, apparecchi elettronici, dvd, quadri, tappeti, mobili ecc… Un’infinità di oggetti!
Le nostre case sono piene perché accumuliamo, non riusciamo a disfarci di ciò che abbiamo e continuiamo ad acquistare in modo “quasi” ossessivo e compulsivo spinti dal desiderio di possedere e di gratificarci e di apparire. Il problema del troppo pieno è aggravato poi dal disordine se, chi vi abita, non è ordinato o chi lo è, resta sopraffatto dall’accumulo e dal disordine altrui.
La prima domanda è: abbiamo veramente bisogno di tutta questa “roba”?
Personalmente sono una persona ordinata: un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto. Confesso però che ho una grande difficoltà ad eliminare degli oggetti che sono per me l’aggancio a ricordi e situazioni che amo rivivere. Resta il fatto che la mia casa è piena e racconta ma, per poter acquistare, ogni tanto, qualcosa di nuovo o di significativo di ulteriori esperienze, non basta ricorrere alla regola di mio marito: se entra qualcosa ne esce un’altra.
Mi sono, allora, avvicinata al Giappone! L’anno scorso girava, tra le accanite lettrici, il libro di Marie Kondo “Il magico potere del riordino”. L’autrice ha messo a punto un metodo che garantisce l’ordine e l’organizzazione degli spazi domestici e degli uffici. In Giappone l’ “arte del riordino” è una vera e propria forma di cultura perché, oltre ad un risultato pratico, produce anche  incalcolabili vantaggi spirituali in quanto apre la porta all’introspezione e alla conoscenza degli spazi interiori. Per questo viene definito “magico potere”. Un drastico cambiamento culturale per noi! WUAOH!
Seconda domanda: assodato che non è positivo avere le nostre case così piene, non è possibile trovare un metodo che cerchi di instaurare un equilibrio tra essenziale ed eccessivo? E tra ordine e caos?                          Luna   




domenica 1 maggio 2016

Poesia

E siamo a maggio e ho desiderio di continuare il discorso del post precedente passando dal Poeta alla Poesia. La Poesia è la creazione dell’uomo più apparentata ai quattro elementi della natura: aria, acqua, fuoco, terra. Se ci fosse un Dio, la poesia sarebbe il suo respiro e, come il respiro, viene da dentro e si espande all’esterno, in modo vario : lieve,  profondo, affannoso, spezzato…….e anche unito al suono.
Vi regalo una poesia della mia poetessa preferita: Emily Dickinson.
Fiorire – è il fine – chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
 le minime circostanze
coinvolte in quel luminoso fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno-
Colmare il bocciolo – combattere il verme –
ottenere quanta rugiada gli spetta –
regolare il calore – eludere il vento –
sfuggire all’ape ladruncola –
non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno –
essere un fiore, è profonda
responsabilità –
A voi un commento o un contributo poetico o dei versi rubati ad una canzone.                                           Luna






martedì 26 aprile 2016

Ever green Shakespeare

Sono trascorsi 400 anni dalla sua morte eppure i suoi versi, le sue tragedie, le sue commedie sono studiate nelle scuole, sono rappresentate nei teatri, rielaborate sui set cinematografici e sono fonte di ispirazione per altre forme d’arte. Nei paesi anglosassoni la sua importanza eguaglia quella di Omero nell’antica Grecia e di Dante in Italia! Shakespeare è il Bardo, il Poeta!
Le sue opere, pur se datate per la lingua, i costumi sociali e le vicende trattate, hanno il loro fulcro in temi universali ed intramontabili e lo studio psicologico dei caratteri e dei sentimenti umani è folgorante! Chi non conosce Romeo e Giulietta? e Otello? e Macbeth? e Puck? e Caterina? e Amleto? ecc……
I temi più ricorrenti nelle sue opere sono: l’amore, il potere e la magia o il sovrannaturale. L’amore tra un uomo e una donna può essere tragico o a lieto fine. Il potere si accompagna spesso alla pazzia. Il sovrannaturale non serve solo a creare un’atmosfera fiabesca ma è anche manifestazione del desiderio di comprendere e controllare le forze della natura. Tutto molto moderno!
Anche i suoi personaggi così giovani e in conflitto con le convenzioni del tempo o con i desideri e l’autorità dei genitori e le protagoniste femminili attive partecipanti all’azione o vittime del destino o degli uomini sono così moderne!
Anche le opere in cui tratta del potere mostrandoci tutti i rischi e tutte le conseguenze negative che possono derivare dal desiderio incontrollato di diventare sempre più potenti, sono attuali!
E la magia che parla agli uomini con il linguaggio della fiaba dove la morale finale porta alla luce in modo chiaro e comprensibile le passioni, i difetti e le virtù degli esseri umani, non è un escamotage intramontabile?
A mio parere però, l’aspetto più contemporaneo è quello della mancanza di controllo sugli eventi, della precarietà di ogni situazione, dei legami personali che mutano. Tutto è sempre  in balia di accadimenti improvvisi, del destino, delle leggi, degli inganni umani e tutto si può modificare in modo tale che la tragedia può trasformarsi in commedia e la commedia in tragedia. La precarietà, il cambiamento, l’insicurezza e la follia sono contemporanee.
Quale opera del Bardo preferite? O quale film ispirato a Shakespeare vi ha emozionato? O una frase famosa che citate spesso?
Personalmente amo “La bisbetica domata” per due motivi: sono ben contenta di verificare quanto cammino sia stato fatto nei rapporti di coppia in 400 anni e poi perché si evidenzia che le persone antipatiche e maleducate rendono la vita infelice a sé e agli altri, mentre quelle simpatiche e gentili  la rendono più facile e piacevole.                                                                             Luna
                                                                                                  

     

domenica 17 aprile 2016

Fantastici peluche!

Nella cameretta di mio nipote , una metà del letto è occupata dalla sua tribù di peluche: due pinguini, una pecora, due ricci, un cavallo, un asino, un maiale, uccellini e cani. Ah, dimenticavo: un enorme elefante! Sono tutti molto simpatici, ineliminabili e assolutamente morbidosi. Quale bambino riesce a resistere ad un morbido peluche che, in più, ha due occhi languidi? Sono amici che non hanno nessuna esigenza fisica, che non chiedono nulla, che non pretendono di giocare con i tuoi giocattoli, che ti seguono ovunque tu li porti e che restano di guardia quando riposi. Sono confortanti, rassicuranti e piacevoli al tatto.
Quando mio nipote ha avuto il compito di preparare per la prima volta il trolley, che l’avrebbe seguito su un aereo, l’ha riempito con i suoi peluche e il pigiamino.
Mia figlia, alla nascita, aveva ricevuto in dono un bellissimo cagnolone dalle lunghe orecchie che l’ha seguita per anni perché non riusciva ad addormentarsi se non l’aveva tra le braccia. Si chiamava “Dodo” ed era il suo amico e la sua consolazione. Anche da grande ha avuto tre peluche: erano i suoi inseparabili amici. Sono spariti soltanto quando ha trovato il suo compagno.
Io, da piccola, non ho avuto il conforto e la consolazione di un amico di stoffa. Ricordo che il primo peluche, rigido e peloso, è stato una cane che mi è stato regalato dal mio primo “fidanzato”. Non mi piaceva, lo sentivo del tutto alieno e ho provveduto a farlo sparire non appena ho fatto sparire anche il “fidanzato”! Invece l’ultimo l’ho ricevuto in dono da mia figlia: è una tigre e si chiama Hobbes, come la tigre di Calvin, pestifero ragazzino dei fumetti. E’ un peluche da abbraccio e conforto con un’espressione amichevole e comprensiva. Mi è stata regalata perché non fossi sola nei miei momenti bui e dolorosi e……funziona, vi assicuro che funziona.

Il desiderio di abbracciare qualcosa di così gradevole e piacevole unito al bisogno di trasferire angosce, paure e richieste su qualcuno, anche se è solo un peluche, viene sempre soddisfatto. Sono fantastici! Raccontatemi dei vostri, se ne avete avuti.                                       Luna

lunedì 11 aprile 2016

Memoria e Nostalgia

Quante frasi ho iniziato dicendo: “Mi ricordo….”o “Ricordo che….” e riportavo alla memoria: abitudini, comportamenti, modi di dire, frasi, avvenimenti, emozioni, persone del mio passato consegnandoli in dote al mio ascoltatore. Quasi sempre l’ascoltatore non era tanto lieto di questo bagaglio che, ai suoi occhi, sapeva di muffa, di stantio, di….vecchio! Quindi, molto velocemente, smetteva di ascoltare o diceva con aria esasperata: “Me l’hai già detto!” Ora: può capitare che ogni tanto la memoria vacilli e può anche accadere che, presi dal ricordo, esso si appropri di noi per tornare a rivivere attraverso il racconto, ma la tolleranza e un po’ di rispetto non sono contemplati nei nostri tempi?                                                                     Nel corso della nostra vita siamo sia protagonisti sia spettatori della storia che è sia personale e privata sia corale e pubblica. Come tali abbiamo il compito, appena ne diventiamo consapevoli, di testimoniare alla generazione successiva : chi siamo noi, quali sono le nostre  radici, quali persone, fatti, idee, comportamenti e scelte ci hanno fatto diventare gli uomini e le donne di adesso e di quali avvenimenti siamo stati, in modo diretto o indiretto, partecipi. La storia è come l’acqua di un fiume che scorre, non si ferma mai e ciò che scorre a monte è un tutt’uno con ciò che scorre a valle. Certo i ricordi sono soggettivi, perché c’è sempre una qualche partecipazione emotiva e anche perché la patina del tempo trascorso li ricopre, ma sono comunque veri, vissuti e sacri. Secondo me un uomo muore quando non significa più niente per nessuno, quando non c’è nessuno che ne parla. Per me è un impegno ricordare e continuare a tenere in vita le persone  significanti che non respirano più insieme a noi.
Quanto amo la memoria tanto diffido dalla nostalgia. Gli antichi Greci dicevano che la nostalgia è passione del ritorno, dicevano bene. La nostalgia è il desiderio struggente del passato che si vuol rivivere. Secondo me, il passato è uno scrigno colmo di esperienze, di valori desueti, di lezioni da ricordare ed utilizzare per andare avanti meglio, per correggere errori, per arricchire il presente. Si deve accettare, però, che il passato sia passato e, come tale, non ritorna più. La nostalgia è come una buca profonda che intrappola  e blocca in una condizione che non consente alla nostra unicità di uomo o donna di continuare il proprio percorso. Ti consuma il desiderio di riavvolgere il nastro della vita e rivivere il già vissuto e ti immobilizza, conseguentemente non vivi né il passato, né il presente, né il futuro.
Niente nostalgia, se non come un pensiero fugace, e tanta memoria come bagaglio per proseguire il nostro viaggio dovunque esso ci condurrà, fino alla fine.                                                  Luna