Quante volte
abbiamo detto:” Prendi la cosa” o “Ho comprato una cosa” o “Ti ho portato la
cosa bella” o “Non trovo la cosa che avevo lasciato qui” ? Tante, perché siamo
circondati da cose e perché dire “cosa” è generico e può comprendere qualsiasi
tipo di oggetto: da una sciarpa ad una collana, da un dolcetto ad un vaso, da
un disco ad un souvenir……. Quando usiamo la parola “cosa”, implicitamente
dichiariamo che non diamo troppa
importanza a ciò che indichiamo, perché, anche se c’è, comunque non ha alcun
senso nella nostra vita. Certo, le cose, sono state costruite con un’intenzione, uno scopo, ma solo quando noi
attribuiamo loro un significato, un valore simbolico, una valenza, diventano
elementi della nostra vita. Sono tessere che contribuiscono a formare il
mosaico della nostra esistenza,
acquistano un senso che, per noi, diventa scontato.
Le cose non
sono vive, ma assorbono e si rivestono delle nostre proiezioni, delle emozioni
che proviamo toccandole, guardandole, usandole e, in questo modo, le carichiamo
di energia vitale: la nostra. Avete presente quando inseriamo le pile in un
meccanismo e subito inizia a funzionare? A mio parere, le cose a cui noi diamo
un senso, vengono caricate vivendo
con noi, facendo parte del nostro tessuto vitale. Esse ci appartengono, le
possiamo possedere, ne abbiamo un controllo totale, non scompaiono e soddisfano
il nostro bisogno di certezze e potere.
Alcuni oggetti
fungono da catalizzatori del nostro passato perché, come ami da pesca, fanno
ritrovare e rivivere i momenti riposti nella biblioteca della memoria, diventando
così un antidoto alla smemoratezza.
E’ per questo
che non riesco ad eliminare tanti oggetti appartenuti e usati da mio marito: c’è
in essi ancora la sua energia vitale che, come una brezza, mi accarezza il
cuore.
Mi prendo cura delle mie “cose”. Per me è come
prendermi cura di me stessa e “loro” risplendono e mi rinviano, come riflessi
in uno specchio, l’energia che vi ho diretto.
La scrittrice
M. Kondo, di cui ho scritto nel post sul cambio di stagione, afferma che le
cose hanno una coscienza. Non so se lei basa la sua certezza su una dottrina
filosofica e/o religiosa, ma non la condivido se non nel senso che è la nostra coscienza che loro assorbono
e che quando la nostra energia non le attiva diventano “cose” senza alcun
significato. Solo quando ci ritiriamo emotivamente da loro, possiamo lasciarle
andare senza sofferenza, e allora le eliminiamo o le regaliamo o le ricicliamo
perché altri le possano usare o attivare.
Ci sono
persone che non si attaccano alle “cose”, questo, per me, è dovuto a due motivi
opposti: o sono meno emotivi per cui riescono a tenere la loro parte emozionale
rinchiusa all’interno di sé o hanno un surplus emotivo che richiede
interazione, coinvolgimento e condivisione con altri esseri viventi e non con “cose”.
Ditemi se le
mie teorie vi sembrano accettabili e/o quali cose hanno assunto un senso nella
vostra vita. Luna