lunedì 27 giugno 2016

Slow food

Questa settimana mi è capitato di leggere il manifesto dello “SLOW FOOD”. Mi ha colpito e ho deciso che sarebbe diventato il mio nuovo post, vi invito a commentarlo, io lo farò poi.     Luna


MANIFESTO DELLO SLOW FOOD     
Movimento internazionale per la tutela e il diritto al piacere

Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha fatto il proprio modello di vita. La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la "Fast-Life", che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case,ci rinchiude a nutrirci nei "Fast-food".
Ma l'uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d'estensione.
Perciò contro la follia universale della "Fast-Life", bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale. Contro coloro, e sono i più, che confondono l'efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un'adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento.
Iniziamo proprio a tavola con lo "Slow Food", contro l'appiattimento del "Fast-Food" riscopriamo la ricchezza e gli aromi delle cucine locali.
Se la "Fast-Life" in nome della produttività, ha modificato la nostra vita e minaccia l'ambiente ed il paesaggio, lo "Slow Food" è oggi la risposta d'avanguardia.
E' qui nello sviluppo del gusto e non nel suo immiserimento la vera cultura, di qui può iniziare il progresso con lo scambio internazionale di storie, conoscenze, progetti.
Lo "Slow Food" assicura un avvenire migliore.
Lo "Slow Food" è un'idea che ha bisogno di molti sostenitori qualificati, per far diventare questo moto (lento) un movimento internazionale, di cui la chiocciolina è il simbolo. 

domenica 19 giugno 2016

Emozioni: fiori e fragranze !

E’ un po’ che non scrivevo di emozioni: è ora!
Quest’anno mi sono regalata il mio rituale bagno di fiori e fragranze in un paesino dell’astigiano, dove in una storica residenza reale, in un punto un po’ nascosto e abbarbicato alle mura del castello vive, tutelato, accudito e coltivato, un antico roseto. E’ piccolo, raccolto ma è un trionfo di rose libere e selvagge, alte e basse, disposte ad arco o rampicanti, pendule, solitarie, a grappolo, centifoglie, a cinque petali e dai colori luminosi, sfumati, intensi, vellutati, delicati, puri. E il profumo allagava l’aria, era respiro odoroso che emozionava l’anima. Mi sono persa! E’ la seconda volta che mi succede, la prima è avvenuta parecchi anni fa in Provenza, quando mi sono ritrovata ad abbracciare quell’incredibile lavanda in fiore mentre camminavo immersa nei “vermoni” viola, porpora, glicine e i miei cinque sensi, insieme, non bastavano a contenere il tutto.
Non sempre è possibile vivere un’emozione simile, in un ambiente naturale, ma è possibile provare  emozioni olfattive anche con i profumi che parlano direttamente alla fonte della coscienza, alla sua sorgente. A differenza delle parole, gli odori arrivano dritti ai sensi delle persone. E’ l’olfatto il primo dei sensi perché si annida negli oscuri recessi dell’anima e reagisce alle stimolazioni secondo una serie di archetipi olfattivi nati con l’uomo.
I fiori, le foglie, i frutti, le bacche, le erbe aromatiche, i legni, le radici, i muschi, le resine sono gli ingredienti vegetali di base per creare i profumi. (Ci sono anche pochi ingredienti di origine animale oppure derivati da sintesi chimiche) Questi ingredienti vengono raccolti e distillati per ottenere un liquido composto di acqua ed olio. Questo liquido è profumato e viene chiamato “ acqua di profumo”. Eliminando l’acqua rimane l’olio che è l’essenza: la materia odorosa. Le essenze vengono mescolate e poi diluite in alcol o in un altro olio, il risultato è il profumo. E’ una spiegazione semplificata e riduttiva perché dietro ad ogni profumo c’è un intero universo.
Il profumo non è solo qualcosa di bello da spruzzarsi sulla pelle, come fosse un accessorio, in realtà è qualcosa in cui noi ci ritroviamo, sul quale proiettiamo sogni, aspirazioni, desideri, ricordi o benessere: E’ qualcosa che comunica armonia, che è collegato alla soggettività e all’oggettività più profonda , perciò un profumo ti può piacere moltissimo, ma ti può anche suscitare allarme, ansia, disgusto.
Le persone che creano profumi, veri creativi e artisti, vengono chiamati “nasi” perché, oltre a conoscere e saper distinguere le essenze, le scelgono, le mescolano, le combinano secondo uno schema prestabilito che si chiama piramide olfattiva e che è la carta d’identità del profumo. Ogni profumo ha dietro di sé un’idea, un percorso, racconta qualcosa ed usa un linguaggio immediato e comprensibile. E’ come la musica: senza barriere. E’ come un canto corale: più voci in un’unica armonia.
Quando scegliamo un profumo, dobbiamo essere consapevoli che esso parla non solo a noi, ma anche di noi agli altri, ci identifica e dice ciò che emaniamo: gioia, allegria, sensualità, benessere, raffinatezza, unicità……
Le mie fragranze artigianali con essenze naturali sono due: un’essenza agrumata che evoca la fioritura degli aranci sotto il sole del Sud e un’essenza legnosa che evoca boschi, solitudine e silenzi. E voi, amate i profumi ?                                                          Luna       

       



domenica 12 giugno 2016

Overdose di immagini

Ho sempre amato le fotografie e le macchine fotografiche. Ricordo di essere stata l’artefice dell’introduzione, nella mia famiglia d’origine, di una macchinetta elementare e super economica che funzionava con un rullino e un pulsante. Quelle prime foto familiari, in bianco e nero e spesso sfocate, erano per noi una meraviglia, un’ autentica magia.
Da quella prima macchinetta si è realizzata una vertiginosa evoluzione tecnologica che ci ha consegnato tra le mani bellissimi, complicatissimi e accessoriatissimi strumenti fotografici. Le fotografie, sviluppate e stampate a colori su adeguati cartoncini, erano attimi di tempo bloccato, documenti della nostra vita privata che venivano raccolte negli album familiari o conservate gelosamente nel portafoglio.
Le immagini fotografiche personali, oltre a fermare il tempo, ci permettevano di guardarci dall’esterno, di rivederci come eravamo, di rendere presente qualcuno che non era lì con noi perché lontano nello spazio o perché defunto. Le immagini di paesaggi, naturali e urbani, vicine o lontane aumentavano la nostra conoscenza ambientale e geografica, così come quelle che ritraevano popolazioni diverse dalla nostra. Poi c’erano le foto come forma d’arte , espressione ed interpretazione della realtà da parte del fotografo; ed ancora le foto come testimonianza della storia: documenti di accadimenti tragici o civili o sociali.
Preistoria!
Oggi tutti scattano, tutti fanno foto in qualsiasi occasione e a chiunque ha attirato la nostra fugace attenzione o a qualsiasi soggetto animato, inanimato: il dito è più veloce del pensiero. Non abbiamo bisogno di macchine particolari e pesanti, basta un cellulare, uno smartphone e nessuna abilità se non quella di essere dotati di vista e mani ferme. Certo il fotografo professionista, l’amatore, l’artista esistono, ma non mi riferisco a loro, io sto parlando delle persone comuni. E poi, altro passo avanti, è nato il “selfie” che ci consente di autofotografarci, anche se si è soli o includendosi, se si è con altri.
Fantastico, vero?
E allora perché mi sento un po’ delusa, come se mi avessero appena detto che Babbo Natale mi porterà regali tutti i giorni? Dovrei essere contenta, no?
L’immagine fotografica ha assunto un’ulteriore funzione: testimonia le nostre vicende private( dove e quando, con chi siamo e cosa facciamo)  non solo per noi, ma soprattutto per gli altri. Noi vogliamo un pubblico che ci veda, che condivida e che….. ci invidi. E allora ci connettiamo e diffondiamo. Siamo i protagonisti.  Se poi stiamo assistendo ad un evento sportivo o culturale o d’intrattenimento, politico ecc…. allora via con le foto che diffondiamo come prova della nostra presenza come pubblico che osserva i protagonisti. Siamo protagonisti e pubblico, insomma viviamo la nostra vita normale come se fosse un film,  scambiandoci i ruoli.
Per me, siamo connessi con tutti ma non con la realtà.               Luna  


       

lunedì 6 giugno 2016

Puntualità: che stress!

Le ore ed i minuti scandiscono la nostra frenetica giornata. Siamo di fretta e di corsa in perenne affanno per arrivare in tempo utile : non abbiamo il tempo di perdere tempo ! Chi ha orari prestabiliti per svolgere il suo lavoro ha l’obbligo contrattuale ed economico di essere puntuale, mentre chi ha più flessibilità può gestire i suoi orari in modo più personalizzato. Sto dicendo cose ovvie, certo, e ne aggiungo ancora una: fa parte dell’etica del lavoro e delle norme civili rispettare i propri orari di lavoro con grande impegno e scrupolosità. Penso che su questo conveniamo tutti, ma al di fuori del lavoro o di impegni importanti, nei nostri appuntamenti sociali e familiari è così sbagliato essere un po’ più elastici e disponibili?
E’ chiaro che non bisogna né esagerare, né trasformare il ritardo in un’abitudine, ma, in generale, non si può adottare un minimo di tolleranza? Ad esempio: ho appuntamento con un’amica, a casa sua, per vederci e stare un po’ insieme, è così importante spaccare il minuto o è possibile ritardare di cinque o dieci minuti?
A mio parere, nelle occasioni di svago e di socialità, si dovrebbe tener conto anche di non creare un certo stress nelle persone notoriamente meno ortodosse nel rispetto degli orari stabiliti per l’incontro. Cinque o otto minuti di ritardo non sono una mancanza così grave da meritare malumori o rimproveri per lo sforamento. Spesso le persone che hanno l’ossessione della puntualità, sono così maniacali da arrivare dai quindici ai venti minuti prima dell’orario stabilito e accolgono arrabbiati chi arriva con pochi minuti di ritardo dicendo: “Sono qui che aspetto da quindici minuti”. Questo è inesatto e scorretto, perché i suoi minuti di anticipo sono una sua scelta e responsabilità e non può addebitarli a chi è in ritardo di pochi minuti.
Io sono continuamente in gara con il tempo e sono spesso in ritardo o, con grande impegno e fatica, arrivo esattamente all’orario stabilito. Una persona, qualche tempo fa, mi fece notare che chi arriva in ritardo manca di rispetto a tutti quelli che lo aspettano. Sono d’accordo con lei. Da allora, quando devo incontrare persone molto attente alla puntualità, corro come un’isterica da una stanza all’altra prendendo borsa, chiavi, scarpe, giacca ecc.. e lasciandole in giro e ricominciando daccapo perché sono presa dall'ansia di arrivare puntuale. Continuo ad impegnarmi e sono molto migliorata, ma, a volte, ho delle crisi di rigetto e mi concedo qualche “dose” di ritardo. Bisognerebbe anche notare i miglioramenti del ritardatario e gratificarlo riconoscendone l’impegno, gli sforzi e l’accumulo di stress.
Cosa ne dite, sono molto di parte ?                                                              Luna